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STEFANO BOLLANI TORNA AL CONSERVATORIO CHERUBINI

7 aprile 2026 ore 10.00 
Sala del Buonumore Pietro Grossi 

Evento realizzato in collaborazione con Associazione Amici del Conservatorio CherubiniISIA Firenze

Martedì 7 aprile il compositore ed ex allievo dell’Istituto fiorentino incontra gli studenti e suona con loro nella Sala del Buonumore

Trentatré anni dopo aver conseguito il diploma in pianoforte classico al Conservatorio “Luigi Cherubini”Stefano Bollani fa ritorno nella sua “casa” musicale. Martedì 7 aprile, alle 10, il compositore milanese dialogherà con gli studenti dell’Istituto fiorentino e suonerà insieme a loro nella Sala del Buonumore, in un concerto-evento aperto al pubblico.

I giovani musicisti del Conservatorio, guidati dal professor Dario Cecchini del Dipartimento jazz, accompagneranno Bollani nell’esecuzione di alcuni dei suoi brani più celebri. Un’occasione unica di confronto diretto con uno dei pianisti italiani più amati, in cui formazione e pratica musicale si intrecciano sullo stesso palcoscenico.

“È per noi motivo di grande orgoglio ospitare Stefano Bollani al Conservatorio Cherubini”, ha dichiarato la Presidente Rosa Maria Di Giorgi. “I nostri studenti avranno l’opportunità straordinaria di condividere il palco con uno dei più importanti musicisti italiani contemporanei, che proprio in queste aule ha mosso i primi passi del suo percorso artistico, esattamente come loro oggi”.

ISIA Firenze, con il suo team di produzione video composto da Athos Arcuri, Anna Susini, Michela Scartozzi e Valerio Martinelli, sotto la direzione del professor Stefano Decarli, firmerà la regia, la produzione e il racconto visivo dell’evento.


Ensemble del Dipartimento Jazz
Dario Cecchini sax baritono e flauto
Tommaso Mannelli saxofono tenore
Dario Mazzoni saxofono soprano e tenore
Niccolò Martinelli chitarra
Marco Capirci basso 
Lorenzo Petrucci batteria


Ingresso libero fino a esaurimento posti
Prenotazioni info@amicidelcherubini.it

Locandina

Foto di Antonio Viscido
Rassegna stampa 8 aprile 2026 >

A proposito della visita di Bollani.

Alcune considerazioni della Presidente Rosa Maria Di Giorgi

Guidare un’istituzione culturale in un momento storico come questo significa misurarsi ogni giorno con una tensione che non si lascia risolvere: quella tra ciò che siamo stati e ciò che siamo chiamati a diventare, tra la responsabilità verso una tradizione e il dovere di preparare un futuro che non si lascia ancora definire con chiarezza. Non è una tensione da superare. È la condizione stessa del nostro lavoro. Con questo pensiero ho ascoltato Stefano Bollani parlare agli studenti del Conservatorio. Ha detto che la musica è una forma di comunicazione che va oltre qualsiasi linguaggio e che, in larga parte, ce ne siamo dimenticati. Nella sala è sceso un silenzio particolare: non il silenzio dell’ovvietà, ma quello di chi riconosce all’improvviso una verità che aveva smesso di vedere. In quel momento ho pensato che fosse esattamente questa la ragione per cui siamo qui. Un Conservatorio non può limitarsi a essere un presidio di eccellenza tecnica, una fabbrica di professionisti o un custode della tradizione. Tutto questo è necessario, e tutto questo dobbiamo continuare a essere. Ma non basta. La musica, come Bollani ha ricordato citando Platone, non è solo una professione, né un patrimonio da conservare sottovetro. È un linguaggio, forse il più universale che esista, capace di mettere in relazione persone lontane per geografia, età, esperienze e cultura. In un tempo in cui le distanze sembrano aumentare e il futuro appare più incerto, questo linguaggio non è un lusso. È una necessità civile. Ciò che più mi ha colpito, quella mattina, non è stato il musicista che parlava, ma la qualità del dialogo che si è creato. Bollani e i nostri studenti si ascoltavano davvero, si rispondevano, si correggevano, si sorprendevano a vicenda. Scambio musicale e scambio di pensiero coincidevano, in una dimensione unica e inseparabile. È questa l’idea di Conservatorio che ho maturato in questi anni di Presidenza: non un luogo di trasmissione unidirezionale di un sapere consolidato, ma uno spazio vivo di incontro tra chi ha già percorso una strada e chi sta iniziando a tracciare la propria. Come ha ricordato Nicola Piovani proprio in queste sale, riprendendo una frase attribuita a Federico Fellini, “la musica è pericolosa”. Lo è perché è potente, perché agisce in profondità, perché unisce, interroga e trasforma. E quindi un’arte così potente quando resta fuori dalla comprensione consapevole di chi la pratica e di chi la ascolta rischia di disperdere la sua forza. Sono questi i motivi che ci hanno spinto a intraprendere il percorso che stiamo costruendo in questi anni, ossia l’incrocio fecondo tra formazione musicale, ricerca scientifica e comprensione profonda dei meccanismi dell’arte. Quindi non un semplice esercizio accademico, ma un atto di responsabilità culturale e istituzionale. Questa visione, oggi, non è più soltanto una scommessa interna, ma una prospettiva che si è affermata a livello nazionale, riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca e dagli organismi di valutazione nazionale (ANVUR). Ci viene richiesto ormai di muoverci in questa direzione interdisciplinare tra arti, scienza e cultura e per noi è una felice conferma dell’indirizzo che già da alcuni anni abbiamo intrapreso in Conservatorio. È sicuramente una responsabilità ulteriore. Ci viene richiesto di alzare ancora il livello dell’ambizione, della qualità e della consapevolezza.  Devo riservare un grazie sincero al professor Dario Cecchini e ai giovani del Dipartimento Jazz, che hanno condiviso il palco con Bollani con una libertà espressiva che era già, di per sé, una risposta concreta al suo invito. E un ringraziamento all’Associazione Amici del Conservatorio Cherubini, ai docenti, agli allievi presenti in così gran numero e a tutti coloro che hanno reso possibile questa giornata. Senza la loro presenza e la loro partecipazione, questo evento non avrebbe avuto la stessa forza. La tradizione nell’arte sopravvive solo se qualcuno ha il coraggio di interpretarla anche generando forme nuove. Ogni generazione che attraversa queste sale riceve un mandato, non un archivio. Onorarlo significa andare avanti con tutto ciò che abbiamo ereditato e con tutto ciò che ancora non sappiamo di poter costruire. Questo è il nostro lavoro. Ed è un lavoro che non finisce.

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